Le Bermuda e il suo triangolo

All’inizio del film Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo Steven Spielberg mostra una squadriglia di caccia Usa che, senza motivo apparente e senza lanciare nessun messaggio radio, è scomparsa improvvisamente nei cieli delle Bermuda. Ovviamente tutti i piloti coinvolti ricompaiono verso la fine del film: erano stati rapiti dagli extraterresti. Quella della squadriglia aerea è solo una delle più famose sparizioni di aerei, navi e barche in quello che più volte è stato chiamato “Il Triangolo delle Bermuda”.

Poste a seicento miglia dalla costa orientale degli Usa, a circa trentadue gradi di latitudine nord, l’arcipelago delle Bermuda prende il nome dal capitano spagnolo Juan de Berbudez che le avvistò nel 1503. In realtà  la prima colonizzazione si deve all’ammiraglio inglese Somers che, avendo naufragato su alcune rocce sommerse, quando se ne andò su una nave di fortuna lasciò sulle isole alcuni marinai. Da allora le isole appartengono alla corona inglese e, nonostante distino solo un paio d’ore di volo da New York, i settantamila bermudiani si sentono britannici come gli inglesi. Ovviamente l’abbigliamento locale prevede l’uso dei pantaloni corti al ginocchio per tutti e anche negli uffici o nelle banche si sta in giacca, cravatta, scarpe lucide, calze lunghe e bermuda. Queste isole vivono prevalentemente di turismo e dei depositi delle migliaia di società che qui godono di particolari facilitazioni.

Per i velisti le isole possono essere interessanti come scalo intermedio sulla rotta dai Carabi alle Azzorre, la stessa rotta usata secoli fa dai galeoni spagnoli.

L’Arcipelago delle Bermuda si è formato in seguito ad una grande e prolungata eruzione vulcanica che ha innalzato il fondale marino di alcune migliaia di metri fino ad emergere dalla superficie del mare con la parte superiore del cono. Terminata l’attività vulcanica la parte superiore del cratere è collassata lasciando emergere dalla superficie marina solo centinaia di scogli e alcune isole rocciose alte poche decine di metri; nell’isola maggiore l’altezza massima è di centoventi metri. Tutto ciò che emerge non è che una piccolissima parte del cratere sprofondato che si estende sott’acqua con un raggio di una ventina di miglia e che costituisce un enorme basso fondale roccioso pericoloso per la navigazione.

L’accesso alle Bermuda può avvenire solo passando in uno stretto canale aperto fra le rocce che circondano le isole seguendo gli allineamenti e passando tra una lunga fila di boe e mede; in questo modo si può navigare con una decina di metri d’acqua sotto alla chiglia mentre a pochi metri di fianco alla barca, nel mezzo dell’Atlantico, un pescatore con la propria lancia legata al polso e con l’acqua al ginocchio si china a raccogliere le aragoste.

Nelle carte nautiche dove compare l’arcipelago è sempre presente una nota che raccomanda di non avvicinarsi alle Bermuda in mancanza di un punto nave sicuro e di mantenersi ad almeno trenta miglia dalle isole di notte o con cattivo tempo. Oggi, grazie alla tecnologia satellitare, l’atterraggio alle Bermuda è di certo più agevole di un tempo quando le imbarcazioni si destreggiavano tra una declinazione magnetica che sposta l’ago della bussola di alcune decine di gradi e che varia di una manciata di gradi l’anno, e la Corrente del Golfo che in alcune zone può raggiungere i sette nodi. Questa situazione obbligava i navigatori ante GPS ad un carteggio da far venire i capelli dritti a chiunque si avventurasse da queste parti, e questo è di certo una causa di numerosi naufragi.

Anni fa queste pericolose isole furono oggetto di un libro che vendette milioni di copie in tutto il mondo: Il Triangolo delle Bermuda scritto da Charles Berlitz.

Per scrivere il libro Berlitz si avvalse dell’aiuto di alcune persone della marina Usa che gli fornirono una notevole mole di informazioni su navi scomparse nel così detto Triangolo che ha per vertici la Florida, Porto Rico e le Bermuda. In effetti varie informazioni che compaiono sul libro sono totalmente o parzialmente false. Compaiono navi affondate che, al momento dell’uscita del libro, stavano ancora navigando; altre navi erano affondate in altri mari e per altre cause, altre ancora non erano mai state varate. Nonostante la mole di falsità il libro fu ugualmente un best seller e per decine d’anni sparse per il mondo la convinzione che nel Triangolo Maledetto ci fossero forze oscure, extraterrestri, buchi neri, pieghe dello spazio/tempo, e chi più ne ha più ne metta, in grado di far sparire navi ed aerei e provocare strani fenomeni nel cielo.

Il libro fu in effetti “sponsorizzato” dai servizi di intelligence Usa che fornirono a Berlitz dati anche falsi o esagerati perchè vedevano di buon occhio un libro che spiegasse in termini di “mistero” quanto avveniva in un’area dove la base militare Usa del Porto Rico effettuava esperimenti aerei di vario tipo. Se qualcuno avesse visto qualcosa si sarebbe di certo trattato di qualche misterioso fenomeno collegato al Triangolo della Bermuda.

In effetti le cose stanno in ben altro modo.

Come già accennato le Bermuda non sono altro che una piccolissima parte di un cratere vulcanico. Come in tanti fondali marini che si sviluppano vicini alle faglie tettoniche anche sul fondo del mare vicino alle Bermuda si verificano delle emissioni di gas metano. Queste emissioni sono solitamente di scarsa entità e non si scostano molto dal luogo d’emissione ma se si verificano a mille e passa metri di profondità la fisica dei gas è decisamente differente da quanto siamo soliti vedere vicino alla superficie. A causa dell’enorme pressione (la pressione aumenta di un Bar ogni dieci metri) e molecole di metano che escono dal fondo marino non si sviluppano subito come gas ma vengono ingabbiate da molecole d’acqua che congelano formando idrati di metano che a loro volta si attaccano alle scarpate vulcaniche o continentali. Se la temperatura aumenta anche di pochi gradi, e per effetto della Corrente del Golfo questo può succedere facilmente a sud delle Bermuda, gli idrati si frantumano e liberano il metano che raggiunge la superficie del mare con un volume centoventi volte maggiore di quello che aveva in profondità. Questo fenomeno, il cui termine tecnico è blowout, è estremamente pericoloso per qualsiasi imbarcazione si trovi a navigare casualmente sopra all’emissione. Come sappiamo le imbarcazioni e le navi sono progettate per galleggiare sull acqua, se invece dell’acqua si trovano improvvisamente a bagno in un gas non possono fare altro che smettere di galleggiare, precipitare verso il fondo del mare e, una volta terminato il blowout, restare coperte dall’acqua e giacere sul fondo. Uguale sorte tocca a chi è a bordo e anche l’uso del salvagente, che tiene a galla se si è in acqua ma non sul gas, è inutile.

Le bolle di metano non si fermano alla superficie del mare, si espandono anche nell’aria soprastante. Come le imbarcazioni sono costruite per galleggiare sull’acqua, anche l’aereo è costruito per galleggiare sull’aria e non su un gas enormemente più leggero, e quindi meno denso dell’aria, ed anche gli aerei, se si trovano sopra ad un blowout, possono precipitare in mare e affondare perché privi dell’aria necessaria per mantenerli in volo. A ciò si aggiunga che quando il metano raggiunge l’atmosfera è un gas infiammabile e se entra nei motori di un aereo questi si incendiano di colpo apportando ulteriore danno alla sventura.

La causa della fine della squadriglia del film di Spilberg e di alcune centinaia di navi scomparse nel Triangolo delle Bermuda non è quindi da imputare a misteriosi fenomeni extraterrestri o della fisica quantistica ma semplicemente al blowout degli idrati di metano di cui sono pieni i fondali marini di tutto il mondo e che abbondano vicino alle Bermuda dove subiscono anche le variazioni di temperatura della Corrente del Golfo.

Galileo Ferraresi

Pubblicato su Bolina, n° 303, dicembre 2012